Carmen Ferrara: i diritti delle persone LGBT e la giustizia sociale

Carmen Ferrara

Nata nel 1994, cresciuta nella provincia di Napoli, vive attualmente a Paestum, in Cilento. È attivista per i diritti delle persone LGBT – ma non esclusivamente – e ricercatrice presso l’Università Federico II di Napoli, in Studi di Genere. Adotta un approccio intersezionale, perché crede che non si può fare attivismo prendendo in considerazione una sola lotta. Fare attivismo, per Carmen, significa lottare per la giustizia sociale, tenere in conto i vari assi di oppressione che possono riguardare le persone che soffrono varie forme di discriminazione.

Perchè sei diventata attivista?

Io sono un’attivista dal 2011, da quel momento ho iniziato a riconoscermi come tale. È successo dopo il mio coming out, come donna che amava una donna. Non avevo utilizzato nessuna definizione specifica, nemmeno mi definivo una donna, semplicemente amavo una donna. Purtroppo la mia famiglia inizialmente ha reagito molto male, allontanandomi da casa. Dopo varie peripezie sono arrivata ad Arcigay Napoli, associazione di cui ho fatto parte fino a luglio 2022 – oggi sono un’attivista indipendente. L’ associazione è diventata innanzitutto un luogo dove c’era altra gente come me. Non mi sentivo più sola, o comunque mi sentivo sola insieme a qualcun altro. Sentivo che quel disagio che provavo in una società che mi faceva capire che c’era qualcosa di sbagliato in me, era condiviso con altre persone che avevano la mia stessa esperienza. Ho trovato una casa, un posto sicuro dove studiare, utilizzare il computer, fare aperitivo, parlare, fare tantissime cose e a volte anche dormire perché all’inizio ero in difficoltà e non avevo un posto dove stare. 

Poi ho iniziato a sentire per la prima volta la parola “attivismo”. Io ho una formazione molto cattolica, sono cresciuta in Chiesa e sono ancora credente, per cui pensavo che quello che facevo fosse volontariato, semplicemente aiutare, come facevo all’azione cattolica. Ma ho iniziato ad approcciare a questa parola e mi è piaciuta, più del termine “volontariato”, che invece aveva più a che fare con l’assistenzialismo. Anche perché io ero una persona che aveva chiesto aiuto e allo stesso tempo davo aiuto: ero attiva, quindi la parola “attivismo” mi rappresentava meglio. 

Quindi è iniziato tutto così, e quello che mi aveva spinta a farlo era il bisogno di riconoscere una dignità ad un’esperienza, ad un’identità. Ma posso dire di essere attivista quando ho acquisito la consapevolezza che c’era qualcosa che non andava nella società, non in me. Poi ovviamente queste consapevolezze sono arrivate con il tempo, perchè ho dovuto fare i conti con l’omofobia interiorizzata. È stato un percorso lungo e ho avuto la fortuna di potermi confrontare con delle persone che questo livello di consapevolezza già lo avevano acquisito, anche perchè erano più grandi di me. Io ero minorenne ed iniziavo ad imparare che c’erano dei diritti che non mi venivano riconosciuti, ho iniziato a dare un nome alla mia esperienza, alla mia identità, a riconoscere la mia dignità e a rivendicare delle istanze, piano piano, ascoltando, a volte imitando, soprattutto all’inizio. Mi sono trovata in piazza con un megafono come se l’avessi fatto da tutta la vita, un po’ forse per carattere e un po’ per la rabbia che avevo. Ero molto arrabbiata e questo mi aveva dato una grande carica. Quando andavo in piazza sentivo di avere tante cose da dire. 

Ho iniziato quindi a prendere la parola, però allo stesso tempo potevo parlare ad altre persone come me, riconoscerci e costruire una sorta di comunità. Questa è la cosa straordinaria che è successa. Da un lato la presa di consapevolezza e dall’altra la diffusione di un messaggio nello spazio pubblico, così come poi sui social. Oggi ci sono tante persone che pensano di poter fare attivismo sui social, io penso che sia uno degli strumenti e mi preoccupa se poi si pensa che i social possano essere l’unico strumento per fare attivismo. Credo che il corpo nello spazio pubblico sia importante.

In cosa consiste la tua pratica? In che modo porti avanti la tua lotta?

Ho iniziato colorando un cartellone. È stata la prima cosa che ho fatto, con un messaggio da portare in piazza per una manifestazione. Poi ho iniziato a fare lavori di bassa manovalanza: porta bandiere, aste, cartelloni, striscioni. Mi sentivo utile e potevo essere utile in quel modo. 

Una volta sono uscita su un telegiornale locale, ma avevo l’ansia che i miei genitori potessero vedermi. In quel momento ho spezzato la tessera e ho capito che essere attivista voleva dire essere visibili. Difatti non puoi essere attivista in privato, non ha senso. Quindi mi sono chiesta se me la sentivo, se lo volessi fare. Così a ridosso dei miei 18 anni ho avuto un periodo in cui mi sono pentita di fare attivismo, non me la sentivo, anche per la mia famiglia. Pensavo di non essere in grado di essere attivista, ma che avrei potuto fare attivismo ai margini. 

Ma poi alla fine sentivo di volerlo fare. Quindi ho ripreso con sempre più convinzione ad andare a discorsi pubblici, manifestazioni, dibattiti, eventi. Vedevo che le persone stavano apprezzando quello che facevo, mi arrivavano ringraziamenti da parte di persone LGBT, ma non solo. 

Io vengo da una famiglia umile, dalle case popolari e da un contesto molto semplice, per cui ho sempre saputo parlare con un linguaggio semplice, e cerco di continuare a farlo e di conservare questa capacità, soprattutto adesso che sto facendo un dottorato e sto imparando un linguaggio specialistico che poco c’entra con l’attivismo. 

Oggi anche la ricerca per me è un modo di fare attivismo, ma non il paper che pubblico, bensì la disseminazione di quella ricerca attraverso canali che non sono propriamente accademici. Vorrei che la ricerca che faccio avesse un impatto a livello di policy ma soprattutto a livello di consapevolezza. 

Ci sembra di capire che per te la cosa più importante è la presenza negli spazi pubblici, lo stare in mezzo alle persone, le manifestazioni. È corretto?

Conosco molte persone, poco più giovani di me o anche più grandi che si definiscono attiviste sul web. 

Io però continuo a credere che il corpo nella piazza sia qualcosa di importante. Non ci possiamo dematerializzare. Senza dubbio possiamo fare dei post però non dobbiamo chiuderci. Perchè credo questo? Quando lanciamo un messaggio sui social pensiamo che lo stiamo lanciando a tutto il mondo e invece tende a circolare sempre tra di noi. Quindi questo attivismo arriva a un target tendenzialmente limitato. Questo in un certo modo succede anche nella vita offline, e noi attiviste e attivisti ci troviamo in una bolla meravigliosa. Andando alle manifestazioni, ai sit in, mi sembra che le persone omofobe siano una minoranza, perché non le incontro, sto nei miei luoghi sicuri. 

Però scendere per strada, far vedere alla gente che esistiamo, che abbiamo un corpo, che abbiamo della rabbia, è fondamentale. Così come è importante non perdere il contatto con la realtà.

C’è un momento particolarmente rilevante nella tua storia di attivismo?

Ti racconto un episodio che per me è stata la pietra miliare. Era il 2016, ero iscritta alla laurea triennale in Scienze Politiche e l’Università aveva organizzato una visita a Montecitorio. Contestualmente – e casualmente – a Montecitorio stavano discutendo la legge sulle unioni civili.

Quando siamo arrivati fuori dal parlamento c’erano tutti gli attivisti di Arcigay nazionale, ma non poteva entrare nessuno, per cui manifestavano fuori. Io invece potevo entrare perché ero lì con l’Università Federico II. 

Entrai e mi misi ad ascoltare attentamente perchè stavano parlando e decidendo della mia vita. Fino alla settimana precedente avevamo organizzato una grande manifestazione in tutto il Paese, si chiamava Svegliati Italia. Le piazze italiane si erano riempite, tutti manifestavano perché era assurdo che nel 2016 non esistesse ancora una legge per le unioni civili in Italia. E questa legge, che si stava discutendo in quel momento, finalmente mi avrebbe permesso di sposarmi. 

Questo è stato uno degli step fondamentali del mio attivismo. È stato parte di un percorso – uso un termine italiano perchè mi piace molto- impoterante, che in inglese si tradurrebbe con empowering.

Un percorso che mi ha dato sempre più energia, che mi ha fatto capire che noi che non abbiamo questi diritti ci dobbiamo arrabbiare e dobbiamo trainare gli altri.

Come ti ha cambiato l’attivismo, cosa ti ha dato?

In generale posso dire che sono molto grata all’attivismo perché mi ha permesso di essere una persona libera, consapevole dei miei diritti e di conseguenza mi sono potuta arrabbiare e rivendicarli questi diritti. Per questo la mia identità è innanzitutto attivista, poi ricercatrice e poi tante altre cose. 

C’è qualcuno che ti ha ispirato?

Le persone che stavano vicino a me, in associazione, facendomi da mentore. Gli adulti che stavano nel direttivo, che oggi sono miei pari, però all’epoca erano irraggiungibili per me. Come Daniela Lourdes Falanga, che per me era come Wonder Woman e mi chiedevo se mai un giorno avrei avuto la stessa forza e la stessa attitudine. Anche altre persone che erano docenti a scuola o all’università. Mi dicevo che quindi anche io potevo fare qualcosa del genere. Devo dire che per me è stato proprio fondamentale. 

Dopo un po’ ho iniziato ad umanizzarle, ad essere più critica, a mettere in discussione anche le cose che dicevano i più grandi. Oggi penso che mi considerano sullo stesso livello.  

Poi ho incontrato delle persone che sono attiviste internazionali, ad esempio gli attivisti dell’ IGLYO e dell’ ILGA (International LGBT Association). Non mi sono ispirata a loro, ma volevo avere un raggio di azione come il loro, perchè non ero più soddisfatta di fare un attivismo che fosse limitato a Napoli, alla Campania, al sud Italia o all’Italia. L’attivismo locale resta comunque la cosa più importante per me, ma vorrei comunque confrontarmi e prendere ispirazione da un contesto internazionale. 

Queste sono state le persone che mi hanno ispirato, le persone intorno a me e poi gli attivisti a livello internazionale.

Quali suggerimenti daresti ad unə ragazzə che ha voglia di diventare attivista?

Quando c’è qualcosa che ci interessa, che è nelle nostre corde, la prima cosa che possiamo fare è confrontarci con altre persone attiviste e osservare l’ambiente per capire se ci piace o no. 

Però poi gli step fondamentali secondo me sono: 

1) avere contezza di qual è il contesto rispetto a uno o più temi. Un attivista dovrebbe avere una panoramica a 360 gradi sulla situazione sociale e su quali sono le ingiustizie. E quindi studiare, sì, ma anche guardarsi intorno, avere uno sguardo un po’ più attento a quello che succede nel mondo. 

2) Il passo successivo è farlo, se pensi di voler fare qualcosa affinché questo mondo sia un po’ più vivibile.

Io spero che tutte le persone possano avere uno sguardo critico sul mondo. Non stiamo vivendo in un mondo giusto, sotto tantissimi punti di vista. 

Credo che qualsiasi cosa che possiamo fare, piccola o grande che sia, vada fatta. Le cose da fare sono tante. Io lo consiglio. Fare attivismo è bello, rende la vita più bella, ti senti gratificato e non ti senti solo. E penso che dovremmo farlo per tutto, l’ambiente, la povertà, le persone LBGT, le donne, i migranti, le persone con disabilità, le persone malate..Io sono felice di essere attivista.



Consigli di lettura su questi temi?

Bell Hooks, Il femminismo è per tutti, Tamu Edizioni, 2021

Rachele Borghi,  Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema mondo, Meltemi, 2020

Porpora Marcasciano, Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti, Edizioni Alegre, 2020

Maya De leo, Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, Einaudi, 2021

Michela Balocchi, Intersex. Antologia multidisciplinare, Edizioni ETS, 2019

 

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