Spazi dove pensare insieme

In questi anni abbiamo progettato strumenti diversi per la formazione: mazzi di carte per dibattere di intelligenza artificiale, per parlare di come stiamo nell’era dei social, per costruire una fiaba insieme, per immaginare tecnologie che imparano dalla natura. Mettendoli in fila per una selezione da presentare, ci siamo accorti di una cosa semplice. Nessuno di questi strumenti serve a insegnare cosa pensare. Servono a creare spazi dove pensarci insieme.

Una classe ha già dentro di sé le esperienze, le parole e i disaccordi che servono. Per molto tempo siamo entrati nelle aule con l’idea di portare qualcosa che mancava. Abbiamo imparato che il lavoro più utile è un altro: dare una forma a ciò che c’è e abbassare la soglia per entrare nel discorso. Una carta con una domanda stampata sopra, come “Le stories fanno compagnia o creano distanza?” oppure “Chi decide cosa può decidere una macchina?“, non aggiunge contenuti. Toglie la paura di cominciare.

Agon Digital Minds

La fiducia prima della prova

Consegnare una domanda a un gruppo è un atto di fiducia. Non sappiamo se la raccoglieranno, né cosa ne faranno. Potremmo aspettare di avere delle garanzie. Preferiamo dare la fiducia prima, perché crediamo che sia il primo gesto educativo e perché le persone, quando se la sentono addosso, tendono a meritarla.

Responsible kit

Il Design come cura, non come autorità

Qui sta la ragione per cui curiamo così tanto questi oggetti, nella carta, nei colori, nelle parole. Uno strumento ben fatto dice a chi lo prende in mano che è stato preso sul serio. La cura è il modo in cui il design dice “ti ho pensato“. Ma la cura non deve diventare autorità. Progettiamo strumenti che amplificano la capacità delle persone di parlare, decidere, immaginare, e che poi si fanno da parte. Un buon kit è quello che, dopo qualche volta, diventa attitudine e normalità per la classe.

Responsible AI

Un mezzo straordinario di attivazione

Il design, per noi, non è decorazione. È un mezzo di attivazione. Attiva una conversazione che non sarebbe partita, un disaccordo che sarebbe rimasto muto, una storia che nessuno avrebbe inventato. Lo abbiamo visto con i ragazzi che discutono se la creatività umana sia davvero superata dall’intelligenza artificiale, con i bambini che litigano amabilmente su quale elemento magico salverà il loro personaggio, con i gruppi che combinano l’intelligenza di sciame con l’accessibilità. In ogni caso lo strumento è solo il pretesto. Ciò che accade tra le persone è il progetto.

Quattro tempi per raccontare uno strumento

Da questa riflessione nasce anche un modo nuovo di raccontare i nostri kit. Non un elenco di caratteristiche, ma quattro tempi: la domanda che apre, cosa porta il gruppo, cosa accade in un’ora, cosa resta. Ci sembra più onesto, e ci obbliga a rispondere alla sola domanda che conta davvero: cosa resta nella classe quando noi ce ne andiamo?

Si costruisce insieme quel che potrebbe essere. È una frase che ci accompagna da un po’ e che ci piace tenere come bussola. Se volete vedere la selezione dei kit o portarne uno nella vostra scuola, scriveteci.